Il treno dei bambini di Cristina Comencini

Tratto dal romanzo omonimo di Viola Ardone, il film racconta la storia dell’affidamento di bambini poveri della Napoli del dopoguerra, bambini che rischiavano la vita per malnutrizione e malattie, da parte di comunisti emiliani che li accolgono nelle loro famiglie e permettono loro una vita dignitosa. Costruito attraverso un flashback nelle prime scene vediamo il protagonista, ormai violinista affermato, entrare al Teatro Regio di Torino dove terrà un concerto. Ed è lì che gli comunicheranno la notizia della morte della madre. A questo punto si torna indietro e si raccontano le vicende della Napoli del dopoguerra, quella descritta da Curzio Malaparte ne La Pelle. Una Napoli semidistrutta dai bombardamenti dove le donne rimaste sole non riescono a offrire ai propri figli né cibo, né istruzione, né lavoro per sopravvivere costringendoli a espedienti. Allora ecco la proposta che a molti appare crudele e blasfema ed è osteggiata da preti e saccenti, di affidare bambini ai comunisti del nord, un nord ancora indefinito che per alcuni poteva essere addirittura la Russia per offrire loro una famiglia vera e la possibilità di nutrirsi decentemente. Si tratta di un affidamento temporaneo e non di una adozione definitiva. Eppure i pregiudizi ostacolano il progetto perché molti credono ancora alla propaganda democristiana che dipingeva i comunisti come atei e criminali che si mangiavano i bambini.

Ed ecco che l’esercito dei bambini parte sul treno diretto al nord. La scena madre del film, quella appunto del treno dei bambini è bellissima ed evoca scene opposte di deportazione degli ebrei. Questo invece è il treno della speranza. Non a caso il bambino protagonista si chiama Speranza. La madre, interpretata da una bravissima Serena Rossi, accompagna il figlio al treno come tutte le altre madri e i bambini, prima che il treno parta, restituiranno i loro cappotti per dare a queste un’ultima possibilità di sostentamento. A corprirli ci penseranno quelli del nord con le coperte. La scena del lancio dei cappotti è stupenda dal punto di vista spettacolare ed anche emblematica perchè aumenta la drammaticità del loro viaggio verso i freddi del nord. Le vicende poi si complicano perché i bambini e trovano l’affetto della nuove famiglie e ritornare alla miseria non e facile. Speranza è affidato a una madre che vive da sola dopo la morte del compagno ucciso dai fascist, interpretata magistralmente da Barbara Ronchi ma trova anche l’affetto dei vicini che gli regalano un violino e gli insegnano a suonarlo. E lui si eserciterà ogni giorno con passione e dedizione. Presto però arriva il momento di tornare a casa. Lì i suoi sogni di diventare un violinista si infrangono e rischia di ripiombare nella miseria. Le cose tuttavia andranno diversamente per concludersi con un finale dolce e amaro insieme tutto riassunto con la frase ” A volte vuole più bene ai figli chi li lascia andare piuttosto che chi li trattiene.”

Una storia commovente, condotta con maestria dalla regista Cristina Comencini che eredita dal padre la sua predilezione per storie di bambini. Sapientemente montato il film lascia sempre lo spettatore in attesa di un futuro misterioso che oscilla tra la speranza e la paura. Il film parla soprattutto di affetti cercati e non sempre trovati, di sentimenti contrastanti, di scelte difficili. I personaggi non sono descritti in modo dicotomico come buoni e cattivi piuttosto prevale il senso della pietas quella partecipazione e comprensione delle vicende e, soprattutto, dell’animo umano. La scena finale dello svelamento del violino dopo la morte della madre naturale ne é un esempio emblematico. Molto curata la fotografia con le scene della Napoli semidistrutta dai bombardamenti, la campagna emiliana piena di animali e quel treno di terza classe teatro del viaggio dei bambini verso un futuro incerto, forse migliore.

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